Canto XXIII

Girone Sesto • Golosi • Aspetto cadaverico dei golosi • Forese Donati • Le preghiere di Nella • Impudicizia delle donne fiorentine. 
Mentre che li occhi per la fronda verde 

ficcava ïo sì come far suole 

chi dietro a li uccellin sua vita perde,•3 

lo più che padre mi dicea : « Figliuole, 

vienne oramai, ché ’l tempo che n’è imposto 

più utilmente compartir si vuole».•6 

Io volsi ’l viso, e ’l passo non men tosto, 

appresso i savi, che parlavan sìe, 

che l’andar mi facean di nullo costo.•9 

Ed ecco piangere e cantar s’udìe 

Labïa mëa, Domine”, per modo tal,

che diletto e doglia parturìe.•12 

« O dolce padre, che è quel ch’i’ odo ? », 

comincia’ io; ed elli : « Ombre che vanno 

forse di lor dover solvendo il nodo».•15 

Sì come i peregrin pensosi fanno, 

giugnendo per cammin gente non nota, 

che si volgono ad essa e non restanno,•18 

così di retro a noi, più tosto mota, 

venendo e trapassando ci ammirava 

d’anime turba tacita e devota.•21 

Ne li occhi era ciascuna oscura e cava, 

palida ne la faccia, e tanto scema 

che da l’ossa la pelle s’informava.•24 

Non credo che così a buccia strema 

Erisittone fosse fatto secco, 

per digiunar, quando più n’ebbe tema.•27 

Io dicea fra me stesso pensando : “Ecco 

la gente che perdé Ierusalemme, 

quando Maria nel figlio diè di becco!”.•30 

Parean l’occhiaie anella sanza gemme : 

chi nel viso de li uomini legge “omo” 

ben avria quivi conosciuta l’emme.•33 

Chi crederebbe che l’odor d’un pomo 

sì governasse, generando brama, 

e quel d’un’acqua, non sappiendo como?•36 

Già era in ammirar che sì li affama, 

per la cagione ancor non manifesta 

di lor magrezza e di lor trista squama,•39 

ed ecco del profondo de la testa 

volse a me li occhi un’ombra e guardò fiso ; 

poi gridò forte : « Qual grazia m’è questa?».•42 

Mai non l’avrei riconosciuto al viso ; 

ma ne la voce sua mi fu palese 

ciò che l’aspetto in sé avea conquiso.•45 

Questa favilla tutta mi raccese 

mia conoscenza a la cangiata labbia, 

e ravvisai la faccia di Forese.•48 

« Deh, non contendere a l’asciutta scabbia 

che mi scolora », pregava, « la pelle, 

né a difetto di carne ch’io abbia;•51 

ma dimmi il ver di te, dì chi son quelle 

due anime che là ti fanno scorta ; 

non rimaner che tu non mi favelle!».•54 

« La faccia tua, ch’io lagrimai già morta, 

mi dà di pianger mo non minor doglia », 

rispuos’ io lui, « veggendola sì torta.•57 

Però mi dì, per Dio, che sì vi sfoglia ; 

non mi far dir mentr’ io mi maraviglio, 

ché mal può dir chi è pien d’altra voglia».•60 

Ed elli a me : « De l’etterno consiglio 

cade vertù ne l’acqua e ne la pianta 

rimasa dietro, ond’ io sì m’assottiglio.•63 

Tutta esta gente che piangendo canta 

per seguitar la gola oltra misura, 

in fame e ’n sete qui si rifà santa.•66 

Di bere e di mangiar n’accende cura 

l’odor ch’esce del pomo e de lo sprazzo 

che si distende su per sua verdura.•69 

E non pur una volta, questo spazzo 

girando, si rinfresca nostra pena : 

io dico pena, e dovria dir sollazzo,•72 

ché quella voglia a li alberi ci mena 

che menò Cristo lieto a dire “Elì”

quando ne liberò con la sua vena».•75 

E io a lui : « Forese, da quel dì 

nel qual mutasti mondo a miglior vita, 

cinqu’ anni non son vòlti infino a qui.•78 

Se prima fu la possa in te finita 

di peccar più, che sovvenisse l’ora 

del buon dolor ch’a Dio ne rimarita,•81 

come se’ tu qua sù venuto ancora ? 

Io ti credea trovar là giù di sotto, 

dove tempo per tempo si ristora».•84 

Ond’ elli a me : « Sì tosto m’ha condotto 

a ber lo dolce assenzo d’i martìri 

la Nella mia con suo pianger dirotto.•87 

Con suoi prieghi devoti e con sospiri 

tratto m’ha de la costa ove s’aspetta, 

e liberato m’ha de li altri giri.•90 

Tanto è a Dio più cara e più diletta 

la vedovella mia, che molto amai, 

quanto in bene operare è più soletta;•93 

ché la Barbagia di Sardigna assai 

ne le femmine sue più è pudica 

che la Barbagia dov’ io la lasciai.•96 

O dolce frate, che vuo’ tu ch’io dica ? 

Tempo futuro m’è già nel cospetto, 

cui non sarà quest’ ora molto antica,•99 

nel qual sarà in pergamo interdetto 

a le sfacciate donne fiorentine 

l’andar mostrando con le poppe il petto.•102 

Quai barbare fuor mai, quai saracine, 

cui bisognasse, per farle ir coperte, 

o spiritali o altre discipline?•105 

Ma se le svergognate fosser certe 

di quel che ’l ciel veloce loro ammanna, 

già per urlare avrian le bocche aperte;•108 

ché, se l’antiveder qui non m’inganna, 

prima fien triste che le guance impeli 

colui che mo si consola con nanna.•111 

Deh, frate, or fa che più non mi ti celi ! 

vedi che non pur io, ma questa gente 

tutta rimira là dove ’l sol veli».•114 

Per ch’io a lui : « Se tu riduci a mente 

qual fosti meco, e qual io teco fui, 

ancor fia grave il memorar presente.•117 

Di quella vita mi volse costui 

che mi va innanzi, l’altr’ ier, quando tonda 

vi si mostrò la suora di colui»,•120 

e ’l sol mostrai ; « costui per la profonda 

notte menato m’ha d’i veri morti 

con questa vera carne che ’l seconda.•123 

Indi m’han tratto sù li suoi conforti, 

salendo e rigirando la montagna 

che drizza voi che ’l mondo fece torti.•126 

Tanto dice di farmi sua compagna 

che io sarò là dove fia Beatrice ; 

quivi convien che sanza lui rimagna.•129 

Virgilio è questi che così mi dice », 

e addita’lo ; « e quest’ altro è quell’ ombra 

per cuï scosse dianzi ogne pendice 

lo vostro regno, che da sé lo sgombra».•133